Vertice raffinerie al MIMIT: più gasolio italiano, ma nessun impegno sui volumi
Urso e Pichetto hanno chiesto ai raffinatori di produrre di più per frenare il caro gasolio. Le aziende verificheranno impianto per impianto, Unem chiede di cambiare le regole europee e il governo dice che le accise mobili non sono archiviate.
Fonti: MIMIT, Unem, Geagency, LaPresseLettura: 5 min
L'incontro era stato convocato il 25 settembre, lo stesso giorno del tetto Eni, ed è andato in scena giovedì 8 ottobre a Palazzo Piacentini, sede del MIMIT. Al tavolo con i ministri Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin c'erano Unem, Eni, Socar, Sonatrach, Iplom, KPI, Alma Petroli, Ludoil-Isab, Saras e Innovhub: i principali nomi della raffinazione italiana. La domanda era una sola: le raffinerie possono produrre di più, e in fretta, per alleggerire la dipendenza dal gasolio importato?
La risposta, per ora, è interlocutoria. Secondo il resoconto di Geagency, le aziende si sono dette disponibili a verificare i margini per aumenti di produzione tecnicamente realizzabili, con una valutazione impianto per impianto e dentro i vincoli ambientali e normativi. Nessuna decisione vincolante, nessun volume in più garantito, nessuna data. La capacità italiana vale circa 83,3 milioni di tonnellate l'anno ed è stata usata in media all'80% nel 2026, con un picco dell'86% ad agosto: il margine c'è, ma non è enorme.
Unem: produzione italiana garantita, il nodo è l'Europa
Il presidente di Unem Gianni Murano, intervistato da LaPresse all'uscita, ha rovesciato la prospettiva: la raffinazione italiana copre già tutta la domanda interna di gasolio e anzi esporta. Il problema è europeo. In quindici anni in Europa hanno chiuso circa trenta raffinerie, il 20% della capacità, e il continente importa circa 60 milioni di tonnellate tra gasolio e jet. Sul cherosene per aerei l'Italia ha già aumentato la produzione di circa il 30%, dimezzando la quota importata dal 50% al 25%. La proposta di Unem è cambiare le specifiche tecniche europee per produrre più distillati: se lo facesse tutta l'industria, le importazioni Ue potrebbero scendere di un quarto. E chiede che la raffinazione entri tra le industrie strategiche dell'Unione.
Perché tutto questo pesa sul vostro pieno? Perché il gasolio oggi costa molto più della benzina: 2,261 euro al litro contro 2,037 nella media self dell'8 ottobre. Davide Tabarelli di Nomisma Energia, su Adnkronos, ha spiegato che di norma il gasolio vale circa il 30% più del greggio da cui nasce, mentre oggi lo supera dell'80-90%; dei circa 60 centesimi di rincaro accumulati in sette-otto mesi di chiusura di Hormuz, circa 25 dipendono proprio dalla raffinazione. La sua stima sul margine recuperabile allentando i vincoli ambientali è prudente: dal 2 al 5%, al massimo il 10%, e servirebbero atti europei che oggi non esistono. Se state pensando di cambiare auto, il confronto aggiornato è in conviene il diesel o la benzina.
Accise mobili, price cap e autotrasporto: cosa resta sul tavolo
L'8 ottobre il viceministro all'Economia Maurizio Leo ha assicurato anche che il governo non ha abbandonato le accise mobili, il meccanismo che doveva partire il 6 ottobre e che invece è saltato per la mancanza del decreto. La priorità indicata da Meloni resta però la valutazione del price cap, oggi affidato alle iniziative volontarie di Eni, IP, Q8 e Tamoil, che i gestori di Faib e Fegica vorrebbero trasformare in un tetto per legge.
Sull'autotrasporto, il viceministro Edoardo Rixi ha spiegato che il tavolo è pronto ma manca il via libera del MEF allo stanziamento: 50 milioni, che potrebbero salire a 80, forse già al prossimo Consiglio dei ministri. Una risposta attesa soprattutto al Sud, dove i camionisti hanno già proclamato il fermo dei tir dal 16 ottobre. Per seguire l'effetto di tutte queste mosse sui prezzi, la media regionale e il confronto con l'Europa si aggiornano con i dati ufficiali.